Momento estremamente importante nella vita del cavallo, l’abbeverata in libertà a mezzo di sorgenti, ruscelli e stagni, è sicuramente l’unica possibilità che l’animale ha per dissetarsi, ma rappresenta anche il luogo della paura, dove molti predatori si recano a bere. Questa affermazione potrebbe sembrare anacronistica, in quanto oggi i cavalli vengono allevati in cattività entro strutture protette o al più in una condizione di semi-libertà e difficilmente, almeno in Europa, sono esposti a pericoli di predazione da parte di altri animali. Come si spiega dunque il fatto che alcuni soggetti rischino la morte per disidratazione piuttosto che recarsi allo stagno a bere? In questi giorni mi è capitata l’opportunità di analizzare il comportamento di due cavalle: una puledra di sette mesi e una “pezzata” adulta, nel lavoro di inserimento in un piccolo branco di circa 10 soggetti misti. A questo punto è doverosa una premessa per spiegare ai lettori l’ambiente montano dove allevo e rieduco i cavalli. Si tratta di pascoli molto ampi, distesi su una superficie di circa 70 ettari intramezzati da foreste di faggeti, selve di castagni e boschi di noccioli, non mancano pendii e brughiere, valletti che raccolgono le acque di scolo dai quali si originano stagni e invasi naturali, ideali per la vita acquatica di campagna. Molti animali selvatici, quali cervi, caprioli, volpi, linci e una flora ricchissima di essenze spontanee creano un habitat prealpino florido di stimoli: strumento indispensabile per abituare, attraverso una progressiva desensibilizzazione, i soggetti equini allevati e “scuderizzati” in condizioni di estrema clausura, ad una vita più coerente con il loro status animale.Ed è proprio questo antropomorfismo umano che considera e adotta tipologie di allevamento secondo regole in antitesi con la sua natura, e l’ancestrale paura dei cavalli legata ad alcune “simbologie” che ancora si ritrovano in rarissimi branchi che vivono allo stato brado, a scatenare nei soggetti impauriti reazioni-azioni che, ai nostri occhi appaiono assurde, ma sono invece il risultato di un processo mentale sofisticato, evolutosi fino a sintetizzarsi in comportamenti apparentemente aberranti. Il cavallo nei millenni è riuscito ad elencare e memorizzare tutti i tipi di pericolo a cui è andato incontro, risultato: uno stato continuo di allerta.

L’inserimento, con conseguente risposta di adattamento positiva, di alcuni soggetti equini completamente estranei al branco, può richiedere un tempo che varia da alcuni giorni a molti mesi, e non sempre il risultato è favorevole. Il caso prima citato ha avuto un esito positivo nel lasso di tempo di circa un mese. Il problema più rilevante che ho affrontato è stato quello di insegnare alle cavalle ad abbeverarsi presso la sorgente. Osservavo con molta attenzione, giorno dopo giorno, l’avvicinarsi di alcuni cavalli del branco alle nuove arrivate, non si trattava di un vero e proprio saluto di benvenuto, piuttosto un comportamento esplorativo a conferma del fatto che “le intruse” non dovevano oltrepassare la soglia di confine che delimitava lo spazio territoriale del gruppo. Le cavalle erano tenute ad una distanza tale che faceva ipotizzare ad un comportamento punitivo nei loro confronti come forma di espiazione ed epurazione di un modo di agire non conforme alle regole del branco. I giorni trascorrevano e la distanza diminuiva sino alla totale integrazione, avvenuta anche grazie alla mia intercessione. Molte ore trascorse all’interno del branco, per una quantità di anni tale da legarmi a loro in maniera decisamente importante, mi permette di veicolare alcuni loro comportamenti: ad esempio di fargli accettare soggetti completamenti estranei alla loro comunità. È in questo modo che ho risolto il problema dell’abbeverata, con pazienza e umiltà, infondendo fiducia alle cavalle terrorizzate. Ovviamente non potevo aspettare che la mandria decidesse per loro e nemmeno verificare se l’istinto di sopravvivenza di bere avesse la meglio sulla paura di recarsi alla sorgente a dissetarsi, conseguenza la morte o comunque uno stato di disidratazione molto pericoloso. Ogniqualvolta lavoro con un cavallo, divento le sue paure e fino a quando non risolvo il problema una profonda inquietudine, sopraffatta da un più deciso desiderio di aiutare l’animale, mi permettono di trovare le giuste soluzioni. Ad oggi non ricordo una esperienza di contatto con un cavallo uguale ad un’altra.

 

Dr. Michele Maglia

 

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